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La Fiaccolata a Torino, una storia di libertà

di Michele Ruggiero


Stasera alle 20 partirà da piazza Albarello la tradizionale fiaccolata di vigilia del 25 aprile. Sono trascorsi esattamente 78 anni dal messaggio con cui il Comando regionale piemontese diede l'ordine della rivolta generale: "Aldo dice 26 per 1". L'annuncio che il piano insurrezionale sarebbe scattato alle ore 1 del giorno 26. Insurrezione a difesa delle fabbriche e nelle strade con l'occhio rivolto ai tetti e alle soffitte per stanare i cecchini fascisti, gli irriducibili, che dalle case puntavano su persone inermi e indifese.

La fiaccolata di Torino, medaglia d'oro per la Resistenza, come quelle di migliaia di altri comuni, grandi e piccoli, continua a essere una sorta di "mille luci della libertà": la memoria di un popolo che non si è arreso, la testimonianza di una forza collettiva, il simbolo che il male si può debellare, anche se non estirpare del tutto.

Mille luci, da quando? Da quale anno del 24 aprile? Quando cominciò o meglio, quando fu possibile camminare insieme di sera con una fiaccola che testimoniava la volontà di tenere a distanza di sicurezza un fascismo mai tramontato nel nostro Paese? Nel 1950, l'anno della guerra di Corea? Nel 1951?, nel 1952?, o nel 1953?, con le manifestazioni ostacolate dal ministro dell'Interno Scelba, perché nell'imminenza delle elezioni (7 giugno), per la storia quelle per fermare la "legge truffa" di Alcide De Gasperi? Una legge, se guardata in retrospettiva, che oggi tutti saremmo pronti a sottoscrivere, dinanzi alla vera truffa con cui si è costretti ad esprimere il proprio voto. O nel 1954?, l'anno del ritorno di Trieste all'Italia, della fine della guerra in Indocina, della Conferenza sull'Asia in cui il ministro degli Esteri dell'Urss, Molotov, personaggio di straordinaria intelligenza nelle memoria di Winston Churchill, chiede alla Cina di essere la quinta potenza mondiale...

Per quel nono anniversario della Liberazione, Arturo Carlo Jemolo, preoccupato dalle tensioni interne, scrisse un lungo editoriale sulla Stampa invitando i partiti (della sinistra) ad evitare la corsa verso lo scontro sociale, mentre il sindaco di Torino, Amedeo Peyron, un galantuomo cattolico, lanciava un manifesto per ricordare "tutti coloro che, con l'olocausto della vita o con i più gravi sacrifici, talvolta non conosciuti, hanno contribuito alla libertà della Patria". E con spirito quasi ecumenico, in una situazione di rinnovata timori internazionali e di uno scontro atomico tra Est e Ovest, il Comitato per le celebrazioni del Decennale della Resistenza, cui avevano aderito i gruppi giovanili democristiani, liberali, socialisti, comunisti, monarchici, repubblicani, diffondeva un appello - che sembra quantomai attuale - con il quale si auspicava che "il patrimonio ideale lasciato dai Martiri per la Libertà operi per l'avvenire della Patria e per una proficua cooperazione tra i popoli".

Tante le vigilia tese in quegli anni Cinquanta. Come per il 24 aprile del 1958, in prossimità di elezioni in un Paese, non più rurale, ma non ancora industriale, che temeva l'eco della Resistenza, fino a negarne addirittura, come denunciò Franco Antonicelli, l'esistenza nei programmi Rai, e nelle rievocazioni scolastiche. Un coperchio su una pentola in ebollizione, ma destinata a scoppiare.

E lo scoppio si preavvertì il 24 aprile 1960, quindicesimo anniversario della Liberazione, con il impantanato da due mesi nella formazione del governo. Una grave crisi istituzionale. La più grave dalla nascita della Repubblica. Da più parti, anche dalle parti del Quirinale, dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, democristiano, sottosegretario nel primo governo di Mussolini, si chiedeva fermezza, la presenza di uomo forte. La direzione della Dc, indifferente alla sua anima popolare, decise di appoggiare il governo di Fernando Tambroni. Una scelta improvvida, gravida di gravi incognite per il Paese, in cui la parola antifascismo prese a rimbalzare come un segnale di ribellione, di rivolta. Ma l'area conservatrice della Dc andò in discesa con la marcia in folle, incurante dei rischi di un incidente. Fu sufficiente leggere le parole, proprio alla vigilia del 25 aprile, pronunciate dalla sua Sassari, dal ministro degli Esteri e futuro presidente della Repubblica, Antonio Segni, un conservatore che sapeva conservare durezze antiche e inequivocabili per i destinatari: "Io e tanti altri amici ci siamo battuti contro i regimi oppressori della libertà, anche prima del 25 aprile 1945 e del 25 luglio 1943; e conserviamo intatti nel cuore questi ideali. Lo scopo di tutte le azioni nostre, e del nostro partito, è diretto a conservare ed accrescere i beni supremi per il nostro popolo: la libertà democratica, il progresso economico e sociale, la pace, gli ideali religiosi e nazionali. [...] Questa lotta per la libertà, contro ogni totalitarismo, si chiami esso fascismo o comunismo, è la leva di tutta l'azione politica nostra: poiché noi siamo sicuri che progresso economico e progresso sociale si possono conseguire senza sacrificare la libertà". E nella Torino operaia del grande padronato, come si diceva allora, il 25 aprile parlò il Comandante Enrico Martini, nome di battaglia "Mauri", un eroe badogliano di sentimenti monarchici. In quel contesto, tuttavia, "le luci della libertà" si accesero nell'animo di chi non era disposto a subire. Si accenderanno a giorno, infatti, nel luglio del 1960, e segneranno l'agonia della vocazione autoritaria di un governo sostenuto dai voti dei neofascisti missini, che cade, rovinosamente, non senza lasciare una pesante scia di sangue. Ma è l'antifascismo la spinta determinante che guida la reazione delle masse popolari in quei giorni che passeranno alla storia come la rivolta dei "ragazzi con le magliette a strisce".

Due anni dopo, il clima è diverso, almeno in superficie. Il 25 aprile 1962, il sindaco di Torino, l'ingegner Giovanni Carlo Anselmetti nel discorso in piazza San Carlo riafferma i valori della Resistenza. Che nella Torino si percepiscono con sempre più passione nella fabbrica. I "fatti di piazza Statuto" sono prossimi ed è ancora un luglio, surriscaldato dalla mobilitazione di giovani meridionali diventati operai-massa, a dare un senso alla lotta per salari più dignitosi.

Qualcosa nel Paese sta cambiando e la celebrazione della Resistenza l'accompagna con vigore. Nel Ventennale della Liberazione, Torino inaugura nel Campo della Gloria del Cimitero Monumentale l'austero mausoleo che raccoglie i resti di 905 partigiani morti nelle valli piemontesi. Il neo sindaco, il professor Giuseppe Grosso, illuminato protagonista degli anni Sessanta e Settanta, in comune e alla guida della Provincia, davanti ad una grande folla in piazza San Carlo coniuga la Resistenza con "l'intima aspirazione popolare alla libertà, intesa come forza di propulsione verso una maggiore giustizia, verso una società migliore". Le parole di circostanza restano fuori dalla porta in quel 1965, anno in cui la guerra del Vietnam entra con prepotenza nelle case degli italiani che prendono confidenza con due nomi ripetutamente citati insieme con quello del presidente americano Lyndon Johnson, il segretario di Stato Dean Rusk e il generale William Westmoreland.

Così come non troveranno asilo il 25 aprile del 1967 al Carignano, alla presenza del ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani accanto al sindaco Grosso, nel mese in cui si cominciano ad avvertire venti fascisti che spirano su tutta la penisola sospinti dal colpo di stato dei colonnelli greci, che hanno messo alla porta Re Costantino.

Il Fascismo è tornato. E neppure sotto mentite spoglie. Alla luce del sole si raduna in alberghi per parlare di "raffinate" operazioni politiche, in case private per organizzare operazioni clandestine. Gode dell'appoggio di industriali collegati a uomini della Repubblica di Salò, circoli reazionari, gruppi internazionali dichiaratamente di estrema destra che agiscono nell'ombra per dare fiato a trame eversive, servizi segreti e alti ufficiali delle Forze Armate in combutta con esponenti dell'Alleanza Atlantica: un crogiuolo di pressione violenta contrario allo spostamento della politica verso sinistra con l'apertura al partito socialista e alle concessioni sindacali. Il 1968, con la sua voglia di cambiamento, di modifica dei rapporti sociali, incombe e la destra reazionaria non è disposta ad assecondarlo. Costi quel che costi.

Il 24 aprile 1968 a Torino, in clima elettorale, con il segretario del Psi Pietro Nenni che contesta, rivolto ai comunisti, qualunque forma di speculazione della Resistenza, le "luci della libertà" scendono in strada. Per la prima volta? Ne scrive la Stampa, con un articolo sulla fiaccolata organizzata dall'Anpi, che da piazza Albarello muove per le vie del centro con in prima fila l'onorevole Arrigo Boldrini, nome di battaglia "Bulow", presidente nazionale dei partigiani d'Italia.

In assenza di altri riscontri, fissiamo la data del 24 aprile 1968 come l'inizio di una lunga storia di fiaccolate, che negli anni successivi denunceranno instancabili il clima di intimidazione e destabilizzazione di nostalgici e "camerati" con cui si cerca di minare la democrazia nel nostro Paese, in primis con la "Strategia della tensione", stragi "nere" con il tritolo, come quella del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, a Milano. Fiaccolate come baluardo e presidio al risorgente fascismo che il 24 aprile del 1973 lancia un appello alla vigilanza contro il risorgente fascismo che lancia bombe a mano durante i cortei, contro le squadre paramilitari di «Europa Civiltà» e di «Ordine Nuovo» che si addestrano alle armi sulle montagne della Val Susa, agli attentati compiuti da una sigla famosa "Sam", Squadre d'azione Mussolini.

Situazione, per la piega presa dall'incalzare del terrorismo, che diverrà più oscura ed allarmante nel 1975, trentennale della Resistenza, in quella fiaccolata del 24 aprile a Torino dove a parlare sono il comandante partigiano Pompeo Colajanni, nome di battaglia "Barbato" e Bianca Guidetti, nello stesso giorno in cui è inaugurata alla Galleria d'Arte Moderna una mostra filatelica dedicata alla Resistenza in Europa e il Consiglio regionale diffonde una indagine conoscitiva sull'eversione fascista.

Così, di anno in anno, sfogliando le pagine dei quotidiani che rimandano un'Italia che cambia, diversa, fino a renderla irriconoscibile nei passaggi anche tumultuosi da un decennio all'altro, è come se le fiaccolate e le celebrazioni seguissero sempre da vicino la storia del nostro Paese, fino a diventare, oggi come ieri, il termometro fedele e interpretativo dello stato dei valori democratici e, soprattutto, di Resistenza di quei principi democratici la cui fragilità sta nella forza stessa che essi emanano nel contrastare la volontà distruttiva di chi vi si oppone. E dunque, fenomeni da combattere senza paura "ora e sempre".



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