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Rastrellamenti ed eccidi del giugno 1944 tra Ossola e Verbano

Il giugno del 1944 fu uno dei mesi più tragici periodi della lotta di Liberazione. L’impervia Val Grande (oggi parco nazionale e area wilderness più grande d’Italia) e le zone circostanti ospitavano diverse formazioni partigiane come la Valdossola, la Giovane Italia e la Battisti contro le quali, in quell’inizio d’estate, si scatenò l’attacco di diverse migliaia di nazifascisti con l’appoggio di artiglieria e di aerei. Tedeschi e fascisti attaccarono in forze, impiegando quasi cinquemila uomini bene armati ed equipaggiati; i partigiani che si difesero erano dieci volte di meno, male armati, ancor peggio equipaggiati e senza viveri. Per le formazioni partigiane e per la popolazione civile furono venti terribili giorni di spietata caccia all’uomo, fucilazioni, incendi e saccheggi. Le operazioni in montagna dell’Operazione Köeln - organizzata dal comando SS di Milano - terminarono il 22 giugno con l’eccidio dell’Alpe Casarolo, in alta Val Grande, dove morirono nove partigiani e due alpigiani. Poi in Val Grande le armi tacquero ma continuarono le fucilazioni dei partigiani catturati nei paesi ai piedi dei monti. Numerose vittime rimasero senza un nome e così anche molti dispersi, come nel caso di tanti giovani lombardi saliti in montagna per sfuggire ai bandi della Repubblica Sociale Italiana e non ancora censiti sui ruolini delle formazioni partigiane. Le vittime del rastrellamento, compresi molti alpigiani che erano alle prese con la monticazione estiva, furono circa trecento, la metà delle quali uccise dopo la cattura. Nelle cantine dell’asilo vigezzino di Malesco, trasformato in prigione, transitarono decine e decine di partigiani, picchiati e torturati in interminabili “sedute” d’interrogatorio dai loro aguzzini. Molti di loro vennero poi tradotti nei luoghi di fucilazione, a Fondotoce di Verbania, Beura, Baveno. E nella frazione maleschese di Finero dove, nel piccolo cimitero, in quindici vennero messi al muro e fucilati il 23 giugno 1944. Oggi, a memoria di quella tragica vicenda, è stata posta una lapide sul muro della scuola e al centro della piazza maleschese (che ha cambiato il nome in piazza XV Martiri) dove, dalla fontana, l’acqua esce da quindici zampilli, tanti quanti i partigiani che persero la vita nel camposanto lungo la strada che scende per la Valle Cannobina. Invece Cleonice Tomassetti, detta Nice, venne fucilata dai nazisti il 20 giugno del 1944 a Fondotoce, dove oggi sorge la Casa della Resistenza. Aveva 33 anni quando morì, unica donna, insieme ad altri quarantuno antifascisti. Penultima di sei fratelli, Cleonice era nata il 4 novembre 1911 a Petrella Salto, nella frazione di Capradosso, un villaggio sulle montagne tra il Lazio e l’Abruzzo. Donna capace di compiere importanti scelte, lasciò il suo piccolo paese per andare a Roma e da lì in seguito a Milano e sulle sponde piemontesi del lago Maggiore, nell’ultima scelta che la condurrà alla morte: unirsi ai combattenti per la libertà. La fotografia del corteo dei martiri di Fondotoce la ritrae in prima fila. Sono 42 uomini e una donna che vanno a morire. I nazifascisti li fanno sfilare sul lungolago di Intra e poi, paese per paese, fino al luogo della fucilazione. Due prigionieri, davanti, reggono un cartello: “Sono questi i liberatori d’Italia oppure sono i banditi?”. Cleonice è in mezzo, sotto la scritta. Uno solo dei 43 si salverà, ferito. Carlo Suzzi, sopravvisse per miracolo, tornò a unirsi ai partigiani della divisione Valdossola e scelse il nome di battaglia Quarantatré. Il 21 giugno 1944, all’indomani dell'eccidio dei 42 partigiani a Fondotoce, un nuovo terribile massacro avvenne a Baveno. Per rappresaglia dopo un’azione di un gruppo di partigiani, guidato da Franco Abrami e operante nella zona del Mottarone, vennero arrestate una cinquantina di persone. La loro sorte fu diversa, caso per caso: chi venne subito rilasciato, chi trasferito in carcere a Torino, chi deportato in Germania. Ma la rappresaglia nazifascista fu violenta. Nel tardo pomeriggio, diciassette ragazzi arrestati in Valgrande, imprigionati e torturati all’asilo di Malesco e scampati poi alla fucilazione di Fondotoce, vennero prelevati, portati nella piazza dell’imbarcadero a Baveno e fucilati sul lungolago. I loro corpi furono lasciati lì, esposti come monito alla popolazione fino al giorno quando vennero trasportati al cimitero e sepolti in una fossa comune. Solo per sei di loro fu possibile, nel dopoguerra, l’identificazione e gli altri undici restarono ignoti.

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