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La giornata della memoria nei cuori dell'Anpi di Nino Boeti

Aggiornamento: 22 mar 2023

In attesa di riprendere l’attività del sito, attualmente in costruzione, l’Anpi provinciale

pubblica l’intervento del presidente sul giorno della Memoria, 27 gennaio.


di Nino Boeti





L’ Olocausto rappresenta il pozzo più nero e profondo nella Storia dell’umanità.

Lo sterminio di oltre 6 milioni di bambini, donne e uomini di origine ebraica, persone

innocenti, ha rappresentato l’apogeo della “Soluzione Finale” elaborata nella Conferenza

di Wannsee (gennaio 1942) dai criminali nazisti al potere in Germania. “Una soluzione

finale” preparata e preceduta da “atti amministrativi”, poi legislativi, del 1933, del 1935,

del 1938, con cui si diede forma all’esclusione degli ebrei dalle vita sociale del Terzo

Reich. Una discriminazione violenta che fece proseliti ed edbbe come primo imitatore lo

Stato fascista che nel 1938, con la complicità della monarchia sabauda, impose all’Italia

la vergogna delle leggi razziali.


Il 27 gennaio 1945 è la data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, quando l'ora

della libertà si scontrò con l'ora della vergogna e della barbarie. Primo Levi, nelle pagine

iniziali de “La tregua”, ricordando il momento in cui per la prima volta qualcuno di non

ostile giunse al campo, scrisse: ”Erano quattro giovani soldati a cavallo, che

procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il

campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi

e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti,

sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi”. Quattro uomini armati che apparvero

però “messaggeri di pace”.

“Non salutavano - scrisse Primo Levi - non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che

da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo

scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva

dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la

vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa

commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente

nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa,

e non abbia valso a difesa”.

Anche quest’anno le manifestazioni per il Giorno della Memoria sono cominciate a

Torino con la deposizione delle pietre d’inciampo, piccoli tasselli di porfido nei

marciapiedi della nostra città a ricordare uomini e donne strappati con violenza alle loro

case, alla quotidianità delle loro famiglie e destinate a finire la loro vita in un campo di

concentramento. Dei 7172 deportati nei campi di concentramento di religione ebraica ne

sopravvisse soltanto qualche centinaio.

In un articolo di qualche anno fa sul quotidiano “La Stampa” Giovanni Sabbatucci

scrisse: perché tanti professori non si fecero scrupolo di occupare le cattedre lasciate

vacanti dai loro colleghi dispensati dal servizio? Perché i senatori di nomina regia

rimasero in silenzio nella quasi totalità? Perché il tema trovò così poco spazio nella


letteratura dell’epoca? Perché la Chiesa accettò la discriminazione limitandosi tuttalpiù a

criticare le motivazioni razziali? Perché gli imprenditori e i commercianti approfittarono

della condizione di minoranza degli ebrei per liberarsi di qualche concorrente, perché

nemmeno nei ceti popolari si registrarono proteste, magari silenziose, rispetto a quanto

stava accadendo? Perché i ragazzi e le ragazze delle scuole non si chiesero che fine

avessero fatto i loro compagni che non si presentarono più in classe da un giorno

all’altro?

Perché su 1848 professori universitari soltanto 13 non firmarono il documento di

sottomissione al regime fascista?

Gli italiani, in maggioranza, si rivelarono indifferenti alla sofferenza di queste persone.

Gli ebrei italiani erano circa 50 mila persone. Quale pericolo potevano rappresentare per

Mussolini? Di fatto italiani e italiane di religione ebraica che non avevano fatto nulla di

male.

Sono numerose le iniziative organizzate dalle sezioni dell’Anpi per tenere viva la

Memoria sul 27 gennaio del ‘45.

Tanti i concerti, organizzati dalle istituzioni.

La musica rappresentò, nel dolore più terribile, nelle sofferenze più indicibili, nella fame,

nel freddo, un modo per continuare ad essere vivi.

E quando parliamo di musica non possiamo non ricordare il ghetto di Terezin, il maggior

campo di concentramento nel territorio della Cecoslovacchia, che svolse la sua macabra

funzione dal 24 novembre 1941 fino alla liberazione avvenuta l’8 maggio 1945.

Vi passarono 140 mila prigionieri, ne perirono 135 mila. Degli 87 mila prigionieri deportati

ad Est dopo la guerra fecero ritorno solo 3097 persone. Fra i prigionieri del ghetto di

Terezin ci furono circa 15 mila bambini, figli degli ebrei cecoslovacchi deportati assieme

ai genitori. La maggior parte di essi morì nel corso del 1944 nelle camere a gas di

Auschwitz. Dopo la guerra non ne ritornò nemmeno un centinaio e di questi nessuno

aveva meno di 14 anni.

La propaganda nazista esibiva Terezin come un insediamento modello, dove si

componeva musica, si ascoltavano concerti, si organizzavano rappresentazioni teatrali.

Una orribile mistificazione della realtà.

La musica accoglieva i deportati quando arrivavano nei campi di concentramento avviati

verso le camere a gas, il nazismo riuscì a trasformare uno straordinario strumento di vita

in un gesto di morte.

Ricordiamo in questi giorni anche gli internati militari, seicentocinquantamila uomini che

scelsero di non combattere contro il loro paese e furono avviati verso i campi di

concentramento in Germania. Uomini che non si arresero e che sopportarono dolori

indicibili pur di restare fedeli al giuramento proprio paese.


Questa giornata però deve anche farci riflettere sul tempo nel quale stiamo vivendo per

evitare che la memoria diventi soltanto uno strumento di oggi e non del futuro. Il

fascismo esiste ancora nel nostro Paese. Non solo esiste, ma si alimenta ogni giorno di

fatti e di episodi nuovi. Sentiamo vicino a noi le parole del deputato Giacomo Matteotti,

colpevole di aver denunciato in Parlamento i brogli nelle elezioni del 1924 e ucciso mesi

dopo da sicari in camicia nera con l’avallo di Benito Mussolini: “il fascismo non è

un’opinione”, è un crimine.

Lo è per la nostra Costituzione, che alla dodicesima disposizione transitoria finale, vieta

la riorganizzazione del partito fascista. Lo è per la “Legge Scelba” che indica il reato di

apologia del fascismo. Lo è per la “Legge Mancino” che indica come reato l’incitazione

alla violenza, alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, religiosi. Punisce l’utilizzo di

simbologie legate al fascismo.

Siamo per il mantenimento di queste leggi che sono alla base della nostra comunità

democratica. Anzi, di più. Siamo per la loro applicazione.

La nostra comunità deve tramandare la Memoria della Shoah senza cadere nella

consuetudine del ricordo, ma deve interrogarsi, con ansia e timore, sul fatto che tutto

questo possa ancora accadere.

Così come ci ha ricordato Primo Levi: «Se comprendere è impossibile, conoscere è

necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente

essere sedotte ed oscurate: anche le nostre».


Nino Boeti, Presidente Provinciale Anpi di Torino

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