top of page

Srebrenica, un genocidio che non dobbiamo dimenticare

La morte di Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, riapre una ferita che l’Europa non ha mai davvero chiuso: Srebrenica. Non è soltanto il nome di una città della Bosnia-Erzegovina. È il simbolo di fin dove può arrivare la malvagità dell’uomo quando l’odio viene organizzato, armato e trasformato in progetto politico.

Per questo appare intollerabile che Mladić possa ancora essere celebrato come un eroe da settori del nazionalismo serbo e da chi continua a negare o minimizzare le responsabilità storiche e giudiziarie di quei crimini. Un funerale di Stato per un criminale di guerra non sarebbe un gesto di pietà, ma un’offesa alle vittime, ai sopravvissuti e a tutti coloro che credono nella democrazia, nei diritti umani e nel ripudio della violenza.

Bisogna andare a Srebrenica per capire. Bisogna attraversare quei luoghi, sostare davanti alle lapidi, ascoltare il silenzio del memoriale e ricordare che migliaia di uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi perché musulmani, mentre donne, bambini e anziani venivano deportati e separati dai loro familiari. La storia lì non è un capitolo chiuso: è una presenza concreta, una domanda rivolta a ciascuno di noi.

Ad aprile di due anni fa siamo stati a Srebrenica e a Sarajevo. Abbiamo visto i segni dell’assedio, della paura, dell’annientamento. Abbiamo constatato quanto fragile possa diventare la civiltà quando la propaganda disumanizza l’altro e quando l’Europa resta a guardare troppo a lungo.

Evidentemente la storia non sempre insegna a impedire che l’orrore si ripeta. Basta guardare ciò che accade oggi al popolo palestinese a Gaza e nei Territori palestinesi, dove pesano accuse gravissime di genocidio rivolte al governo israeliano e al primo ministro Benjamin Netanyahu. Di fronte a tutto questo, il silenzio dell’Europa appare assordante.

Ricordare Srebrenica non significa soltanto onorare i morti. Significa scegliere da che parte stare quando la violenza colpisce civili innocenti, quando la politica giustifica l’ingiustificabile, quando la verità viene piegata agli interessi del potere. Significa dire, senza ambiguità, che nessun popolo può essere cancellato, umiliato o privato della propria dignità.

Srebrenica non è un genocidio dimenticato se noi continuiamo a nominarlo. Ma diventa davvero dimenticato ogni volta che restiamo indifferenti davanti a nuove sofferenze, nuove guerre, nuove distruzioni. La memoria, se non diventa responsabilità, è solo retorica.

 


 
 
 

Commenti


bottom of page