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Coerenza e coraggio alle radici della Resistenza

di Pierino Crema

Il governo fascista con le leggi razziali del 1938, e prima ancora con l'aggressione all'Etiopia e con l'intervento a sostegno del generale Francisco Franco nel colpo di stato militare contro la legittima Repubblica spagnola, pose le basi per la sciagurata decisione di entrare in guerra a fianco di Hitler, trascinando il Paese - militarmente ed economicamente impreparato - nella immane tragedia che fu la Seconda guerra mondiale.

Dall'armistizio dell'8 settembre 1943 nacque la resistenza armata. In montagna si formarono le prime formazioni partigiane, a partire dai disciolti reparti dell'esercito al comando di ufficiali (Pompeo Colajanni e Davide Lajolo) che scelsero la strada della lotta armata contro l'occupante nazista e i fascisti della neonata Repubblica di Salò, insieme ai reduci dalla campagna di Russia (Nuto Revelli), agli operai che da Torino, da questa fabbrica e da altre in città, furono tra i primi in Europa a scioperare contro la guerra, per la pace e per la libertà.

Scioperarono nel marzo del 1943, con Mussolini ancora al potere, e poi nel 1944, e lo rifecero alla vigilia della Liberazione con il duplice obbiettivo di conquistare la libertà e impedire al nemico di depredare gli impianti industriali. E dunque, a difesa del loro posto di lavoro, nella convinzione che l'impedire lo smantellamento o la distruzione delle fabbriche avrebbe aiutato a ricostruire il Paese a guerra finita.

Ma la Resistenza non ha diritto di dignità di stampa soltanto nei venti mesi che intercorsero tra il settembre '45 e l'aprile '45. Essa comincia all'indomani della presa di potere da parte della congrega criminaloide guidata da Mussolini e cresce nelle prigioni del regime, nei luoghi di confino cui sono destinati gli oppositori politici, nei paesi stranieri che avevano ospitato i fuoriusciti italiani. Ed è da questo crogiuolo antifascista che è nato il movimento per la liberazione del nostro Paese, che è stato uno dei più importanti tra quelli che sono nati in Europa nei paesi occupati dal nazifascismo.

A ritroso nel tempo. Il 18 dicembre dello scorso anno in piazza XVIII dicembre si è ricordato il centenario della strage di Torino. Nelle giornate tra il 18 e il 20 dicembre 1922, le squadracce fasciste guidate da Piero Brandimarte, sotto i comandi di uno dei quadrumviri di Mussolini, Cesare De Vecchi, uccisero undici torinesi e ferirono diverse decine di altre persone inermi: dirigenti sindacali, operai, impiegati, artigiani, ex carabinieri, cittadini qualunque che avevano un solo difetto, essere oppositori politici al Regime nascente, o banalmente avere criticato l'eccesso di violenza delle milizie fasciste.

La marcia su Roma e la presa del potere da parte di Mussolini era avvenuta meno di due mesi prima, era l'inizio di un periodo che progressivamente avrebbe portato alla dittatura e alla messa fuori legge di tutte le forze politiche contrarie al Governo di Mussolini. Presa del potere che, con le elezioni dell'aprile 1924, misero fine alla democrazia, come ben evidenziò Giacomo Matteotti il 30 maggio del 1924: “nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso”. Pochi giorni dopo lo stesso Matteotti fu rapito e ucciso dai sicari di Mussolini.

Il delitto Matteotti rappresentò il punto più alto della violenza fascista cominciata all'inizio degli anni 20, il primo assalto fascista alla Camera del Lavoro di Torino avvenne nella notte tra il 25 e il 26 aprile del 1921 in Corso Siccardi. Da quelle vicende, nacque il primo nucleo della resistenza antifascista non armata, fatta di centinaia se non migliaia di oppositori che finirono nelle carceri fasciste (basta ricordare Antonio Gramsci) o esuli in Europa, in particolare il Francia, e nelle Americhe.

Operai, impiegati, uomini e donne, intellettuali, personaggi politici che per amore della libertà scelsero la strada dell'esilio e, benché esuli, furono ugualmente vittime della violenza fascista, come tra i tanti, i torinesi fratelli Carlo e Nello Rosselli, e Pietro Gobetti. Furono 20 anni di dittatura, di persecuzione e uccisioni degli oppositori, di assoluta mancanza di libertà. Anni riscattati dalla Resistenza anche nel loro nome.





















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